Leggetevi il pezzo del grande Marmugi sul Tirreno di oggi. Un'analisi chirurgica e spietata del sistema Basket e dei mali del basket toscano (che a parte l'enclave d'oro di Siena e i ritorni di Empoli e Pistoia, piange miseria). In questo quadro desolante, da semplice tifoso, mi convinco sempre di più che ripartire dal basso, con forze locali, riappiccicandoci sul petto le nostre identità, abbia molti più effetti - nel lungo periodo - che chiedere elemosine a grandi imprenditori forestieri, che arrivano qui pappano tutto quello che c'è da pappare, e come dice il Marmugi: sparecchiano in fretta e furia e arrivederci e grazie. Bisogna riappropriarci del basket-passione, toccare di nuovo certe corde, andare anche contro la corrente di un sistema che ci ha rubato la poesia. In questo momento preferisco essere l'ultimo dei mohicani amaranto (anzi gialloblu) che il primo dei ghibellini verdi.
giovedì 24 maggio 2007
CONTROCORRENTE
Pubblicato da
fantozzivola
alle
10:13
Vi cito alcune parti dell'articolo:
"Nel frattempo i costi salivano, l’effetto Messaggero-Gardini (nella foto, Mahorn)innescava una reazione a catena: 13 miliardi di lire per il cartellino di Andrea Niccolai, 20 per Stefano Rusconi, il pivot della nazionale. Numeri da calcio, ma con ritorni venti-trenta volte più bassi, e solo spiccioli dalla pay tv. Il movimento ha cominciato a zoppicare da lì. «La rovina del basket italiano - diceva il compianto Massimo Mangano - sono state tre cose: legge 91, sentenza Bosman e tangentopoli». Perché per seguire il calcio nell’alveo del professionismo il basket ha amplificato la voce costi, dovendo pagare il fondo pensione perfino agli americani (più lavoratori autonomi di loro...), perché la sentenza Bosman e l’apertura ai giocatori comunitari ha ammazzato il senso dei vivai, perché quello scandalo ha drasticamente ridotto il flusso delle sponsorizzazioni. Che prima erano facili (“mi dai dieci, io società sportiva ti rilascio una fattura da cinquanta”), poi sono diventate merce rara. Con troppi cani intorno a pochi ossi.
Il basket, per sua stessa natura, è portato a identificarsi molto nel territorio sul quale opera, la storia racconta che questo sport ha sempre avuto la capacità di attrarre imprenditori locali più che patron-giramondo. Perché qui la torta dei ricavi (mutualità di Lega, diritti tv) anche in serie A è uno snack ipocalorico, e soltanto la passione o una ricerca massiccia delle entrate (sponsor-soci-pubblicità) può spingerti vicino al pareggio di gestione. Così i Benetton investono a Treviso, Armani a Milano, Toti a Roma, Cazzola e Seragnoli l’hanno fatto per molti anni a Bologna. E se qualcuno dall’esterno accetta di prendere le chiavi di una società è perché, forse, pensa di sbarcare in una città rispolverando il principio “do ut des”. Poi, quando succede, appena i suoi interessi commerciali su quella piazza sono esauriti, si alza da tavola e saluta".
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