venerdì 18 maggio 2007

CHE BASKET E'?

«Ai campioni con i gomiti puliti preferisco gli uomini che hanno assaggiato la polvere e che sono stati capaci di rialzarsi, che non hanno mai preso nessuna sconfitta, nello sport e nella vita, come alibi ma che sono sempre riusciti a camminare a testa alta, con dignità e soprattutto con il sorriso sulle labbra». Ti chiedi perché Alberto Bucci abbia sedotto così tanto il cuore dei libertassini (guadagnandosi comunque il rispetto di tutta la Livorno del basket). Rispolveri una frase così da una sua vecchia intervista sui «Giganti» e lo capisce all’istante.

Perché Bucci esprime lo stesso concetto di basket (e di sport) che esprimono i livornesi. E se crede in qualcosa tira sempre a diritto senza guardare in ghigna a nessuno. A costo di lottare contro i mulini a vento. Come i livornesi. Prima dammi l’anima, poi la tecnica. Prima sputa sangue sul parquet, poi – se c’entra - fammi vedere un halley-oop. Prima la dignità, poi il risultato. Prima Livorno, poi lo sponsor sulle maglie. Prima gli uomini, poi i giocatori. Quelli coi «gomiti puliti»: goino a tennis; i giocatori-soldatino: vadano alla Folgore; i timbra-cartellino: mandiamoli al Cus Pisa.

E oggi, sul Tirreno, Bucci ci ha regalato qualche perla delle sue. Dimostra ancora di essere «psicologo», di capire la piazza. Quattro paroline tutte al punto giusto. «Il derby del 2 giugno deve essere l’occasione per lanciare un messaggio, ridurlo soltanto alla partita della nostalgia è sbagliatissimo, diventa una cosa patetica». E ancora: «La gente deve venire al PalaMacchia per ribadire che a Livorno il basket è storia, cultura, tradizione».

Chiarissimo. Ricordare il passato da nostalgici è patetico. Serve davvero solo se aiuta a riconoscere da dove siamo venuti, che patrimonio ci portiamo dietro. Come dire: occhio, non smarrite la vostra identità. Altra stoccata: «Nel basket aver unito Guelfi e Ghibellini è stato un delitto, la rivalità fra le contrade a Siena è il sale della vita quotidiana. Si potevano trovare delle risorse, anche retrocedere in serie B tirando la cinghia, ma togliere identità a due squadre è stato un peccato mortale». Io non ci credo che basterebbe uno squadrone per riaccendere a mille l’entusiasmo. Sì, si riempirebbe il palazzo, ma di spettatori. Non di tifosi. Il livornese ha due squadre nel dna e poi gli interessa altro.

Al livornese gli basta anche ripartire dal basso (anzi, ci si appassiona forse di più perché ha la sfida nel sangue) ma vuole connotati precisi: vuole le bandiere (meglio se livornesi), pretende una squadra che lo rispecchi. Ribelle nell’anima, esuberante per vocazione, casinista come una libecciata, eternamente sopra le righe, competitiva all’eccesso (un si vole perde’ nemmeno a subbuteo). Identificabile, riconoscibile subito in mezzo a tutte le altre. Perché il livornese - si sa tutti - è così: si sente il più ganzo, si sente il centro del mondo: è livornese e basta. Se vede questo nella squadra, il livornese ti darebbe anche su mà. Sennò gli spalti li gremisce (perché il basket lo ama comunque) ma li riempie di belle statuine (competenti, ma statuine).

Al palazzo il livornese deve godè, deve sbraità, deve sta' ritto sulla balaustra, deve corre' come un ammattito col muso al plexiglas e sbattecci bene bene le manate. Sennò non si diverte. Si innamora del giocatore che se gli fanno un torto manda anche in culo (pardon) l’arbitro, che alza le braccia al cielo per aizzà il pubblico, quello che si butta su un pallone in difesa come se gli rubassero ir su figliolo, quello che fa le giravolte in mezzo al campo per rispondere alle provocazioni degli avversari, che sta in campo dovesse stiantà anche con la gamba ingessata e la febbre gialla, che anche se è un baolungo bonanasega ci si spella le mani quando va sul cubo dei campi perchè quando è arrivato un stava nemmeno ritto coi fili, quello che comincia a saltà felice come un cretino in mezzo al campo se vince una partita all’ultimo secondo, che fa il giro del campo e abbraccia i tifosi a fine partita come fosse uno-di-loro. Se non c’è tutto questo: che basket è?

Bucci ha capito tutto di noi: «Ricreare un’identificazione fra squadra e città è fondamentale. Invece oggi i giocatori sono isolati, non vivono la realtà che li circonda. Sbagliatissimo: la città devono respirarla, impegnarsi per qualcosa, farsi vedere in giro, mescolarsi alla gente. Cose importanti, da scrivere anche sul loro contratto». Chi capisce questo secondo me ha in mano le chiavi del giocattolo-basket a Livorno. Se c’è qualche imprenditore con l’orecchi a punta suoni qualche campanello. E magari se lo suona a un portone ben preciso si gode anche di più. Forse di soldi ci guadagnerà pochino, ma, qui, più del portafogli, contano passione e sentimenti.

4 commenti:

Anonimo ha detto...

Bel post, davvero complimenti. E' vero che ci si sente i più ganzi (soprattutto io che vivo più all'estero, tra non livornesi, che qui). Speriamo che i messaggi arrivino a chi di dovere.

Anonimo ha detto...

Lucciconi. Bravo!

Anonimo ha detto...

Son piellino, ma, boia.. hai colto in pieno lo spirito livornese. Però a dilla tutta mi sembrano più le caratteristiche della squadra e del tifo piellino.. ribelle, incazzerreccia, orgogliosamente proletaria... piuttosto che di voi liMerdassini demogristiani pottaioni borghesi che ve lor riordo se qualcuno se lo fosse scordato venivate alle partite anche con le croci celtiche..
cmq riconosco che questo blog è una gran bell'idea.
ps. fanc.. per il video sopra

Anonimo ha detto...

by libertassinofinoallosso

Boia hai ragione, la croce celtica si vede bene anche nella foto che avete allegato al post!!.. però erano altri tempi, ora secondo me le cose son cambiate di morto..

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