Per la serie articoli vintage, con questo articolo di Renzo Marmugi sul Tirreno del 5 novembre 2004 ricordiamo qui la figura di Giancarlo Primo (scomparso nel 2005). Passato da coach sia in maglia Libertas (la sfortunata Birra Peroni della retrocessione dell'84-85) che in maglia PL.
LIVORNO. Ottant’anni, un traguardo personale che vale una medaglia. L’ha tagliato ieri Giancarlo Primo, il “professore”, un uomo che negli anni Settanta ha traghettato il basket italiano fra le potenze mondiali. Giocatore di buon livello del dopoguerra, 37 volte azzurro, poi l’amore per la panchina, l’ingresso nel Settore squadre nazionali. Una grande mamma che l’ha fatto crescere al timone della nazionale femminile e come assistente di Nello Paratore, il ct degli uomini. Giancarlo Primo salì in cima alla piramide dopo i Giochi di Città del Messico 1968, restando al timone del gruppo maschile fino al 1979.
Il basket deve molto a questo signore sempre educato, dai modi gentili, ma anche riservato, chiuso. Fu Primo a trasformare la pallacanestro in basket, il teorico di un gioco più moderno. Il suo libro “La difesa” è stato imparato a memoria dagli allenatori di tutto il mondo, “L’attacco” chiuse il cerchio. Nei suoi dieci anni azzurri Giancarlo Primo (in queste foto da coach Squibb) consentì a
ll’Italia di occupare stabilmente il ruolo di quarta potenza mondiale in tempi dominati dagli Stati Uniti, ma dove anche l’Urss era di una forza pressoché imbattibile e la Jugoslavia cominciava a sfornare generazioni di fenomeni. La piccola Italia prese due bronzi europei ( ’73 e ’75), due quarti posti mondiali, un altro quarto ai Giochi di Monaco. Non ha avuto molta fortuna, il professore, mai salito sul podio olimpico e mondiale per episodi sempre girati dalla parte sbagliata: canestri da metà campo, finali perse di un punto, un credito con la fortuna sempre aperto.
ll’Italia di occupare stabilmente il ruolo di quarta potenza mondiale in tempi dominati dagli Stati Uniti, ma dove anche l’Urss era di una forza pressoché imbattibile e la Jugoslavia cominciava a sfornare generazioni di fenomeni. La piccola Italia prese due bronzi europei ( ’73 e ’75), due quarti posti mondiali, un altro quarto ai Giochi di Monaco. Non ha avuto molta fortuna, il professore, mai salito sul podio olimpico e mondiale per episodi sempre girati dalla parte sbagliata: canestri da metà campo, finali perse di un punto, un credito con la fortuna sempre aperto. Giancarlo Primo è passato anche da Livorno, sponda PL, venti partite nel 1980-’81 per salvarla in A2, restò l’anno dopo con Grochowalski e Meister, quindi salì a Cantù portando la Squibb alla Coppa dei Campioni 1983, nella finale contro il Billy Milano di Dan Peterson. Non andò bene invece con l’altra Livorno, la Birra Peroni (1984-’85) di Jeelani e Restani, ma si ricorda ancora dei rapporti con l’ingegner Boris. Ha chiuso la carriera dove aveva cominciato, a Roma, intuendo da solo, prima che lo dicessero gli altri, che il film della sua vita di allenatore era ormai ai titoli di coda.
Oggi questo distinto signore nato il 4 novembre 1924 vive in un residence a Nepi (Viterbo), dove si è ritirato dodici anni fa. «Non ce la facevo più a stare in centro a Roma - dice al telefono con la solita gentilezza -. C’è troppo caos, meglio abitare qui, un posto a misura d’uomo e dall’aria buona». Basta nominare la parola basket e Giancarlo Primo torna all’amore di sempre, la nazionale. «Sono veramente soddisfatto per la medaglia d’argento di Atene. Un risultato molto im
portante, ottenuto con un gruppo di giocatori di discreto livello e che dà ragione alla politica di Recalcati, sempre alla ricerca di nuovi elementi da inserire nel giro azzurro».
portante, ottenuto con un gruppo di giocatori di discreto livello e che dà ragione alla politica di Recalcati, sempre alla ricerca di nuovi elementi da inserire nel giro azzurro». Si riconosce in questo basket? La risposta è secca: «Bisogna che ci calmiamo con tutti questi stranieri che tagliano la strada ai nostri giocatori. Un buon materiale umano c’è anche qui, perché non cerchiamo di valorizzare gli italiani?». La domanda si perde nel tramonto di una giornata di festa, gli ottant’anni del professore. «Ho ricevuto un milione di telefonate - dice con un sorriso -. Mi hanno chiamato tanti ex azzurri: Meneghin, Marzorati, Della Fiori, Bisson, Flaborea, Zanatta e altri. Mercoledì sera la Fip ha organizzato una piccola festa in un ristorante, poi è venuta la Rai a casa per un servizio tv. Fa piacere che qualcuno si ricordi ancora di me».
Già, perché Giancarlo Primo ormai è un signore di campagna che va in bicicletta, sta con gli amici, passeggia, si rilassa. «Purtroppo sei anni fa sono rimasto vedovo e di andare a Roma alle partite non ho più molta voglia: il PalaEur mi piaceva, ma al palazzetto piccolo c’è troppa confusione. Preferisco abbuffarmi davanti alla tv, e per fortuna ora di partite se ne vedono parecchie». In compenso la Nazionale e il ct Recalcati hanno pensato ancora di lui. Lunedì andrà a Perugia, al raduno Under 20, per insegnare alle giovani promesse del basket. Guai dimenticare le nostre radici.
Renzo Marmugi

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